
L’architetto portoghese racconta un’architettura che parte dalla terra, mette al centro l’essere umano e trova nel sughero un alleato straordinario per costruire il futuro
Che forma ha il futuro dell’architettura se smettiamo di inseguire il mito effimero delle archistar e torniamo a guardare la terra, la topografia e i bisogni reali delle persone? Per João Luís Carrilho da Graça, maestro indiscusso del minimalismo portoghese, la risposta è scritta nella permanenza del territorio. Nato a Portalegre nel 1952, Carrilho da Graça ha attraversato decenni di evoluzione urbanistica mantenendo salda una visione: l’architettura come servizio sociale, come strumento capace di dare forma e qualità anche con mezzi ridotti.
Oltre il divismo: un’architettura per le persone comuni
Quando Carrilho da Graça muoveva i primi passi nella professione, il panorama architettonico in Portogallo era radicalmente diverso. La figura del progettista conservava un’aura elitaria, eppure il suo fascino risiedeva proprio nella capacità di mettersi al servizio di cause sociali e della collettività. Non c’era spazio per il divismo. La vera sfida si giocava sul terreno dell’edilizia popolare, dove gli architetti lavoravano al limite delle possibilità per progettare case di qualità con superfici e budget ridotti — esattamente come accadeva in Italia, paese con cui il Portogallo ha sempre mantenuto un legame culturale profondo, capace di scavalcare le barriere geografiche di Spagna e Francia.
È da questa scuola di rigore e concretezza che nasce la sua attenzione per ciò che è essenziale.
Ascoltare la topografia: la ricerca di ciò che resta
Nel flusso continuo del cambiamento urbano, Carrilho da Graça orienta la bussola verso ciò che definisce stabilità. Lontano dalle logiche dell’innovazione a tutti i costi, la sua principale preoccupazione progettuale riguarda il territorio inteso in senso attivo: capire quali siano gli aspetti più permanenti di un luogo, decodificarne la topografia, leggere il modo in cui le città si sono costruite nel tempo.
Questa sensibilità traspare a Lisbona, la città in cui vive da cinquant’anni. Un luogo in cui la cultura di ciò che esiste — le piante, il suolo, la conformazione geografica — è straordinariamente visibile e trasparente. Per Carrilho da Graça, progettare non significa imporre un segno astratto, ma inserire la vita nelle costanti di un luogo.
Una memoria d’infanzia: la straordinaria molecola del sughero
C’è un’immagine che l’architetto conserva da sempre: la polvere nera che ogni giorno si depositava sui vetri della casa dei suoi genitori. Veniva dal camino della principale fabbrica di agglomerato di sughero del Portogallo, installata in un antico convento proprio accanto alla sua abitazione. Un ricordo precoce, viscerale, di un materiale che avrebbe segnato il suo percorso.
Quella vicinanza fisica si è trasformata nel tempo in comprensione profonda. Se inizialmente i prodotti finiti non destavano particolare interesse estetico, la svolta è arrivata quando ha iniziato a studiare la logica intima della molecola del sughero. Un materiale che possiede potenzialità enormi, ancora largamente inespresse, e che secondo l’architetto resta troppo poco conosciuto rispetto a ciò che potrebbe offrire.
Verso il carbon zero: l’esperimento del Terminal Crocieristico
L’approccio di Carrilho da Graça rifugge i dogmi e le esagerazioni ideologiche. Il suo metodo è quello dell’adeguatezza: non progetti che ambiscono a essere completamente ecologici dall’oggi al domani, ma un percorso graduale, passo dopo passo, verso un’architettura sempre più sostenibile e vicina agli standard carbon zero.
Il ruolo dell’architettura, nella sua visione, è chiaro: costruire rifugi per gli esseri umani su un pianeta in costante cambiamento. Il comfort — termico, acustico, visivo — non è un accessorio, ma un elemento costitutivo che non si può dimenticare.
La prova più significativa di questo percorso è il Terminal Crociere di Lisbona, dove ha sperimentato una miscela innovativa di calcestruzzo strutturale e granulato di sughero. Una combinazione capace di risolvere problemi che nessuno dei due materiali avrebbe potuto affrontare da solo: alleggerire il peso della struttura mantenendone la resistenza, migliorare comfort ed efficienza energetica. Un esperimento che dimostra come il sughero sia un materiale con un futuro immenso.
L’archetipo del patio e l’identità mediterranea
Sebbene il Portogallo non si affacci direttamente sul Mediterraneo, il suo sud ne condivide clima, vegetazione e atmosfera. E quando si immagina la vita più piacevole possibile sul pianeta Terra, il pensiero corre spontaneamente a quell’equilibrio mediterraneo.
In un’epoca che ha smesso di credere nel progresso rapido e illusorio del movimento moderno, l’architettura sta riscoprendo che il punto di riferimento resta l’essere umano. Diventa allora naturale recuperare per il futuro forme arcaiche di costruzione di grande qualità, testate nei secoli.
Tra queste forme spicca il patio, elemento simbolo dell’architettura mediterranea: uno spazio di transizione tra interno ed esterno, protetto eppure in relazione diretta con la natura circostante. Un luogo di vita intensa che, esattamente come i materiali naturali a base di sughero, mette al centro il benessere dell’uomo attraverso il dialogo armonioso con gli elementi.
Un’architettura che guarda avanti tornando alla terra
Nel percorso di João Luís Carrilho da Graça c’è una coerenza rara. Dalla polvere nera sui vetri dell’infanzia al calcestruzzo alleggerito con sughero del Terminal di Lisbona, il filo conduttore è sempre lo stesso: ascoltare il territorio, rispettare i materiali, progettare per le persone comuni. In un’epoca che ha smesso di credere nelle utopie del progresso illimitato, la sua lezione è chiara: il futuro dell’architettura non si costruisce inseguendo l’effimero, ma riscoprendo ciò che è permanente. E il sughero, con la sua molecola straordinaria, è parte di questa permanenza.